L’Asp di Agrigento ha disposto la sospensione temporanea del servizio di Guardia Medica a Campobello di Licata. La comunicazione, rilanciata dal sindaco Vito Terrana, apre una riflessione più ampia sul diritto alla sanità nei piccoli centri.
La notizia è arrivata nel pomeriggio, con la consueta sobrietà delle comunicazioni istituzionali: l’Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento ha disposto la chiusura temporanea del servizio di Guardia Medica di Campobello di Licata per i turni compresi tra l’1 e il 3 novembre 2025.
A diffondere la comunicazione è stato il sindaco Vito Terrana, attraverso la sua pagina ufficiale, per garantire la massima trasparenza e informazione alla cittadinanza.
Niente polemiche, nessun attacco. Solo una constatazione: per tre giorni, i cittadini di Campobello dovranno fare riferimento alla Guardia Medica di Ravanusa. Una misura necessaria, si legge nel documento firmato dal direttore del Distretto Sanitario di Canicattì, “per grave carenza di personale medico”.
Ma oltre la forma, resta la sostanza.
Ogni volta che un servizio sanitario chiude – anche solo temporaneamente – in un piccolo centro, si apre una ferita profonda.
Non è solo una questione logistica o organizzativa. È una questione di diritto. Di presenza dello Stato. Di fiducia.
Campobello, come tanti altri Comuni dell’entroterra siciliano, vive da anni una lenta erosione dei servizi essenziali. Scuole, trasporti, sanità: le distanze non si misurano più in chilometri, ma in opportunità.
E allora questa ordinanza, apparentemente burocratica, ci costringe a una domanda più grande:
Quanto può dirsi tutelato un cittadino se, anche solo per qualche giorno, il presidio di salute più vicino chiude le sue porte?
Campobello ha una comunità attenta e un’amministrazione che informa con chiarezza, ma il tema resta aperto.
Perché la vera emergenza, oggi, non è soltanto la mancanza di medici: è la mancanza di garanzie.

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